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ARTICOLI 

11.03.2020 - pubblicato sul BUONGIORNO SLOVACCHIA

Il coronavirus non è la peste.

E neppure noi viviamo più nel Medioevo

 

 

Non ho nessun’aspirazione di spiegarvi cos’è il coronavirus, ne avrete già sentito parlare da virologi, epidemiologhi, medici, politici, commercianti, gente comune.

 

Confrontandomi con varie persone che vivono in Europa Centrale, mi sono resa conto che l’atteggiamento verso “l’allarme coronavirus” è rimasto nella fase “Attenti, c’è un italiano, rinchiudetelo!” in parallelo con “Che vuoi che sia, è come un raffreddore!”. A volte accompagnato da un cinico ”Tanto muoiono solo i vecchi”.

 

Ormai tutto il mondo sa che il virus, partito dalla Cina, è in viaggio intorno al globo e nessuno può fermarlo, nessuno è immune al contagio. Probabilmente toccherà a tutta l’umanità. Prima o poi. E non saranno certo gli italiani che viaggiano nel mondo a essere la causa della sua diffusione. Come se si volesse fermare il vento, o le nuvole.

Ma perché l’Italia e gli altri paesi fanno tutto quel trambusto, se il virus in maggior parte dei contagi si manifesta con un po’ di raffreddore, la tosse, poca febbre? Non è un’inutile allarmismo?

 

Con questo articolo avrei un unico desiderio: quello di trasferire chiaramente il motivo per cui questo virus va combattuto – diminuendogli drasticamente la possibilità di diffondersi, adottando tutte le precauzioni che ci sono state indicate – e non lasciato semplicemente libero di fare il suo decorso naturale.

Quando nel Medioevo la popolazione veniva colpita da varie epidemie, le soluzioni erano due: i contagiati venivano rinchiusi nei lazzaretti oppure nelle proprie abitazioni. In entrambi i casi lo scopo era quello di bloccarne la diffusione. Tra il Medioevo e oggi la differenza sostanziale è quella che nel Medioevo difficilmente qualcuno si preoccupava se alla fine i contagiati ne uscivano vivi o morti. Bastava bloccare la diffusione della pestilenza.

Invece alcune società moderne hanno il dovere costituzionale di garantire a tutti i cittadini il massimo livello di cure sanitarie che il loro Stato può offrire, senza alcuna discriminazione per sesso, religione, etnia, ma nemmeno per l’età o per tipo di malattia. Non esiste, in una società che si rispetti, l’opzione medievale di non curare un contagiato, chiudendolo semplicemente in un lazzaretto o a casa sua.

Non avendo nessun vaccino pronto per combattere il coronavirus, disponiamo di un’unica arma: bloccare o almeno rallentare la sua diffusione. È ciò che oggi cerca di fare l’Italia, sollecitando la popolazione a non socializzare, a stare a casa. Appellandosi al nostro senso civico e alla responsabilità di ogni singolo individuo.

 

I conti sono presto fatti.

 

Alle condizioni di routine, dei circa 5.000 posti letto in terapia intensiva corredati da respiratori (nelle strutture sanitarie statali in Italia, a fine febbraio 2020), mediamente l’80% è sempre occupato. Occupato cioè da persone che hanno diagnosi diverse dal coronavirus. Ci troviamo ricoverati i pazienti che hanno subito un infarto, o un intervento importante, o più semplicemente hanno avuto “solo” un incidente in auto.

Ma dopo le quasi tre settimane che l’Italia combatte il coronavirus, abbiamo anche un dato tutto nuovo: circa il 10% dei casi di malati di coronavirus ha bisogno degli stessi respiratori, già all’80% impegnati, perché causa grave infezione ai polmoni non riescono a respirare autonomamente.

 

Facendo due più due non è difficile capire che se gli ospedali si riempiono di pazienti affetti da gravi forme di coronavirus, ci sono sostanzialmente due rischi.

Uno è quello di porre i medici nella situazione di essere costretti a decidere chi curare. O chi scartare. Testa o croce? Verrebbe meno sia il dovere dei medici che quello dello Stato che non può e non vuole certamente discriminare un malato per l’età o per tipo di malattia.

Il secondo rischio riguarda tutti noi. Oggi diamo per scontato che, una volta arrivati all’ospedale, per un ictus, un infarto, un incidente, il personale medico ci mette il cuore e l’anima per salvarci, per guarirci. Ma se i cuori e le anime, le mani, i letti in terapia intensiva e i respiratori lavorano già al cento percento e oltre, che ne sarà di noi? Del nostro ictus, infarto, o una ferita grave? Ci accontenteremmo con un “chi prima arriva meglio alloggia”?

 

Un ultimo pensiero.

Se anche ormai non viene più riconosciuto un particolare rispetto alle persone anziane, la società è riuscita a far entrare nel nostro DNA almeno un rispetto, tutto particolare: quello verso un’ambulanza.

Quando ci troviamo per strada e sentiamo da dietro le spalle il suono lamentoso e angosciante di un’ambulanza, istintivamente giriamo lo sterzo e creiamo un varco. Lo fanno tutti. E non perché si rischia una multa. Semplicemente il nostro io, quello civilizzato, ci dice che c’è in ballo una vita umana. Che qualcuno sta lottando per salvare una persona. E non ha nessuna importanza se su quell’ambulanza c’è un vecchio o un giovane. Quell’ambulanza è lì per tutti noi. Potrebbe esserci nostro figlio o un nostro genitore. Potremmo esserci noi stessi.

Dobbiamo lo stesso rispetto alla richiesta delle autorità di collaborare per far sì che la diffusione del coronavirus si fermi. Anche se non ce lo chiedono con le luci blu lampeggianti e le sirene ululanti.

Dobbiamo questo rispetto a noi stessi e alla vita.

 

 

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