cucinare sano e facile
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La cucina di Antonio e la scrittura di Michaela danno vita a questo sito. Sperando che sia di vostro gradimento, buona navigazione!
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Michaela Sebokova

   

   OLTRE IL VISIBILE

 

L’avrei voluta vicino a me, per vederla ogni giorno. Ma quando le accennai di traslocare dalla sua casa in Garfagnana e di venire da me a Pisa, mi fissò con gli occhi mortificati e dalle labbra le uscì un flebile ma udibile “No!”. Allora la lasciai con la sua badante russa che aveva una dote miracolosa, malgrado il suo italiano tutt’altro che perfetto: riusciva a intuire i desideri di mia madre, anche quando questa s’esprimeva con difficoltà.

Come ogni sabato, sono partita da casa per trascorrere qualche ora con lei. È una bellissima giornata, l’aria cristallina, con un sentore di fumo di legna e una lieve traccia di caldarroste. All’improvviso mi rendo conto quanto mi manca questo posto e non biasimo più la mamma per la sua scelta.

La trovo di buon umore, con gli occhi brillanti. Si è fatta mettere il rossetto e un po’ di fard. Irina mi chiama in disparte e mi mostra un rametto di nepitella.

“La signora Ada ieri vuole io prendo questo…albero?” dice insicura.

“Pianta,” la correggo automaticamente. Nepitella, la sposa dei funghi porcini. Il dottore disse che le associazioni rimangono.

“E mi dice anche una parola che io non conosco… mi dispiace.” Irina è sconvolta, pensa che la parola sia importante.

“Funghi?” cerco di aiutarla.

“No, no funghi.“

“Allora polenta?”

“No, no!” si risente quasi, “polenta io so! Facile, buona, sana, polenta Valsugana.”

Mi viene da ridere, ma per rispetto di Irina mi trattengo. Sì, polenta Valsugana, per la mia mamma che è cresciuta con mais Otto File.

“Uh, ha detto anche una altra cosa,” fa Irina, ”come cavalli. Cavallo goloso, io conosco!”

Benedico il mondo della pubblicità che insegna alle badanti un italiano davvero utile. Altroché noi, professori di lettere! Il quadro adesso è chiaro. La prima polentata dell’autunno, accompagnata da un favoloso sugo di porcini, la consumavamo sempre all’antica osteria a Ponte di Campia, il luogo prediletto da Pascoli. Testimone delle sue passioni, delle sue poesie. Nell’aria dell’osteria, sotto le volte annerite fatte di pietra di fiume, si respirava ancora quell’odore di una volta. Aspettando la polenta, la mamma, anche lei insegnante di lettere, ci recitava sempre la poesia di Pascoli più famosa. Per noi non poteva esserci un’ambientazione migliore. La cavallina storna tutt’oggi sa di polenta e di porcini, per me.

“Grazie, Irina, sei stata davvero brava a ricordare. Mamma, facciamo la polenta con i porcini?”

Le s’illumina il viso, sembra una bambina. Se la vedesse così il suo dottore! Tiro fuori dalla cantina la vecchia pentola di rame e lascio la badante alle prese con la pulizia all’antica, con sale e succo di limone.

Io affronto la parte più piacevole: alla vecchia bottega compro la farina di mais Otto File, macinata a pietra, e i porcini. Freschi, sublimi. Quelli con la barba sono più saporiti, danno al sugo la giusta consistenza e il sapore del bosco. Prendo anche del pane con le patate garfagnino. E una forma di pecorino.

 

 

Tornata a casa, mi dedico subito al sugo, aggiungo la nepitella raccolta da Irina. Più tardi metto a cuocere la polenta nella sua pentola luccicante, aziono la frusta elettrica. Irina mi gira intorno, cerca di  imparare. Mamma - seduta sotto la finestra nella sua vecchia poltrona - segue ogni mio gesto, osserva, ma tace. Apparecchio, e in attesa della polenta taglio un pezzo di pane e di formaggio. Un sapore che solo qui, a casa dei miei, posso gustare appieno. Anche la mamma vuole assaggiare il pecorino, e quando ne sente l’aroma intenso, fa dei cenni di approvazione, cercando però di dirmi qualcosa. La sua fronte è corrugata per lo sforzo, ma dalla bocca stretta non esce un suono.

“Cosa vuoi dirmi, mamma? Dai, con calma, non c’è nessuna fretta,” cerco di tranquillizzarla. Lei guarda il tavolo apparecchiato, il pane e il formaggio, poi la pentola con la polenta; poi guarda me. I suoi occhi si riempiono di lacrime d’impotenza, fa un gesto debole con la mano. Infine china la testa, si abbandona alla tristezza.

“Io penso signora Ada cerca una cosa che manca, non vede!” ipotizza Irina.

 “Il vino!” penso all’improvviso. Che stupida a non averlo capito! È vero che nessuna di noi beve il vino, ma quando il papà era ancora con noi, il vino sul tavolo non poteva mancare.

La mamma sorride e le parole le salgono sulle labbra quasi senza sforzo: “Sì, vino, q-q-quello n-n-ostrano!”

Scendo in cantina. A sorpresa, in un angolo trovo tre bottiglie di vino rosso che papà comprava dal contadino. Berremo il vino invecchiato; sono ormai due anni che mio padre manca.

Mangiamo in silenzio. Irina aiuta la mamma. La lascio fare, si offenderebbe se volessi sostituirla. Frattanto, vado a prendere il libro di Pascoli. Irina vede la copertina, e sillaba sotto voce: PAS-CO-LI.

“È questa parola che signora Ada dice a me!” esclama con sollievo, “dice ieri Pascoli! Pascoli molto importante per la signora, io penso, io devo imparare,” aggiunge convinta. Le sorrido. Sentire una badante di voler conoscere Pascoli è davvero un’esperienza inverosimile.  

 Tenendo il libro in mano recito con trasporto la storia della cavallina, come faccio ai mei allievi: “…O cavallina, cavallina storna, tu che portavi colui che non ritorna; oh! Due parole egli dové pur dire! E tu capisci ma non sai ridire…”

Irina sembra essersi trasformata, c’è una luce nuova nei suoi occhi, pende dalle mie labbra, incantata. Non so se comprende il significato di questa poesia e mi riprometto di spiegarglielo qualche volta. Dopo le ultime parole cade il silenzio. Un silenzio gentile, amichevole, pieno di affetto, intrecciato al caloroso scoppiettare del fuoco nel caminetto.

Lo interrompe Irina, timidamente: “Sa, signora Marilena, anche mia mamma dice a me stichi.

“Che cosa sono stichi, Irina?” le domando curiosa.

“Parole belle, non so come si dice. Puskin. La mia mamma insegna Puskin. Anche io insegno Puskin, poco anni.” E Irina recita a memoria, con gli occhi velati di nostalgia, le parole dolci e melodiose nella sua lingua sconosciuta: “Proschaj je, more! Ne zabudu tvoey torjestvennoj krasy I dolga dolga slyshať budu tvoy gul v vechernie chasy”. Quando poi tace, non posso che domandarle il titolo della poesia.

“K moriu,” risponde, “Puskin parla con mare.”

“E la tua mamma, Irina, insegna ancora?”

“No, signora Ada,” scuote la testa. ”Mamma ora anziana. Lei… malata. Bisogno aiuto.”

“Come Irina, tua mamma ha bisogno di assistenza? Di un’infermiera?” Sapevo solo che Irina con la sua paga da badante manteneva la sua famiglia.

“Sì, sì,” annuisce, contenta di essersi spiegata bene.

 

 

 

“Ma…se tu vieni a fare la badante in Italia, la tua mamma chi la guarda?

“Mamma è dentro ospedale…casa anziani? Io ora lavoro, io pago per lei dottori buoni,” aggiunge orgogliosa. “E anche adesso a casa mia tutti mangiano buono e scalda bene casa quando freddo. Io sono molto felice.” 

La sua risposta mi sconvolge. Tutto d’un tratto vedo un’altra Irina, non più una straniera, una badante dalle magliette troppo grandi e dai capelli di un improbabile color mogano. Vedo una figlia, una madre. Un’insegnante. Un’amante di poesia. Una donna con i propri sogni e con le proprie responsabilità. Irina capisce quando sia necessario un sacrificio, lo affronta con pacatezza e non ce l’ha con nessuno. La sua vita, il suo sacrificio hanno un senso, e lei è felice.

Le essenze di queste due Irine si sovrappongono e all’improvviso mi sento piccola, quasi indegna della sua compagnia.

Colta impreparata da queste sensazioni, propongo un brindisi: “A Puskin!” Mamma vuole tenere il bicchiere in mano, ma non beve. Irina assapora il vino a piccoli sorsi, con aria vagamente triste. Io penso a mio padre, e sono d’accordo con lui: in questo vino è racchiuso il cuore della Garfagnana.

Guardo Irina, mi accorgo delle piccole rughe intorno agli occhi azzurri.

“Irina, conosci altre poesie di Puskin?” domando dolcemente.

“Io conosco tutto Puskin,” risponde sicura.

“Ti andrebbe di venire da me a scuola, a recitare qualche poesia? A marzo abbiamo nel programma una giornata dedicata alla letteratura russa.”

Irina mi fissa, scuote la testa. “Io… solo badante. Io non parlo italiano. Io… non vestito buono. E la signora Ada, chi guarda lei?”

Sento il suo tormento, i pensieri che attraversano come dei lampi la sua mente.

“Tu non sei solo una badante, Irina. Tu sei una brava badante. E sei anche l’insegnante di russo, sei una figlia e una moglie e una mamma. Sei la persona che ama Puskin. Tu sei Irina, e sei tutte queste cose e altre ancora che io non so.” Rimango senza fiato, sfinita dalla voglia di esprimermi in modo comprensibile e non convinta di esserci riuscita. Aggiungo: “Per la mamma non ti preoccupare, la portiamo con noi. E con i vestiti ti aiuto io.”

Irina mi guarda per un lungo momento, poi si allunga sopra il tavolo per stringermi la mano. I suoi occhi azzurri sono lucidi, il mento trema lievemente. Con un filo di voce mi sussurra Spasiba, grazie.

Irina non sa che sono io a dover ringraziare. Perché la badante straniera – eroina non riconosciuta di vita odierna - oggi mi ha fatto un grande dono: mi ha insegnato a vedere oltre il visibile.

 

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