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Michaela Sebokova Vannini

                                  

Il gelato con la panna

 

Mia nonna Clara era molto fiera delle sue origini slave. Suo padre, il bisnonno Pavol, è capitato a Bologna chissà come durante la Grande Guerra, e lì è rimasto. Aveva lasciato in eredità alla figlia i suoi zigomi alti e gli occhi verdi, e qualche parola in quella lingua strana che era lo slovacco. La nonna Clara non era mai stata in Cecoslovacchia. Dopo la caduta del muro di Berlino aveva espresso diverse volte il suo desiderio di visitare almeno una volta nella sua vita il paese dove aveva le radici.

Così, per festeggiare insieme la mia laurea in slavistica e il suo ottantesimo compleanno le preparai una sorpresa: un viaggio in Slovacchia, nella città termale di Piestany, dov’era nato il bisnonno.

La nonna Clara era entusiasta e il buon umore non l’abbandonò per tutta la durata del soggiorno. Un episodio in particolare non scorderò mai, e sono sicura che verrà tramandato nella nostra famiglia ancora per tante generazioni.

Era il secondo giorno del nostro soggiorno, e la nonna stava pian piano riscoprendo gli antichi ricordi seppelliti nei suoi geni e rispolverati dai racconti del suo papà. Instancabile, affrontava la gente del luogo, curiosa, attenta, comunicando con quelle tre parole che si ricordava e con tanti desti delle sue mani ossute.

Nel ristorante del nostro albergo per il dessert ci servivano il gelato. La nonna aveva scoperto che lì in albergo la coppa del gelato veniva sempre guarnita con la panna, ma e lei la panna non piaceva. Così quella sera, dopo aver fatto personalmente l’ordinazione del gelato, sillabando al cameriere  “Ja – chcem – zmrz-lina”, Io voglio gelato, si ricordò all’improvviso della sua avversione verso la panna montata. Siccome non sapeva come dire la parola “panna” in slovacco, s’arrangiò meglio che poteva: fissando il cameriere diritto negli occhi per essere sicura di farsi capire, gli scandì: “Ja – nie – panna!”

La sua esclamazione mi colse alla sprovvista e non potei a trattenere una risata. Ma il cameriere, da buon professionista qual’era, la guardò serio, annuì pieno di comprensione e le rispose: “O tom nepochybujem, pani.”

Allora sì che non riuscivo più a smettere di ridere, mi stavo quasi rotolando sul tavolo, con gli occhi pieni di lacrime. La nonna ci rimase male; cosa c’è di tanto ridicolo se a uno non piaceva la panna? Quando finalmente riuscii a parlare, con un filo di voce le domandai: “Lo sai, nonna, cos’hai detto al cameriere? Gli hai detto qualcosa come “Io non sono vergine!”! e ricominciai a ridere.          

La nonna si rabbuiò e negò ostinatamente: “Non è vero, io gli ho detto che non voglio la panna!”

“Nonna, mi dispiace” scossi la testa, “gli hai detto davvero che non sei vergine. La parola “panna” in slovacco significa vergine!”

A quel punto anche la nonna cominciò a ridacchiare, con la sua risata argentina, d’altri tempi, e anche il cameriere rideva sotto i baffi. La nonna gli diede due pacche sul braccio e gli chiese: “E Lei, buon uomo, che cosa mi ha risposto, riguardo a questo argomento spinoso?”

Glielo tradussi io: “Ti ha detto “Non ho dubbi, signora.”” Adesso la nonna non tratteneva più la sua risata e la fece esplodere come una cascata. Spiegai al cameriere la nostra conversazione, e infine gli chiesi di portare alla nonna il gelato senza panna.

Per tutta la settimana, ogni sera, la nonna ordinava il gelato dal solito cameriere. Ormai la sua battuta era diventata famosa in tutto il ristorante, e lei, monella, ogni sera ripeteva ad alta voce la sua ordinazione, immutabile: “Ja chcem zmrzlina. Ja nie panna!”.

 

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